domenica 8 gennaio 2012

Giotto e gli artisti filosofi naturali


PREPUBBLICAZIONI <|> Problema: geometria/matematica/ tempo/ottica e colore nella rappresentazione assisiate di Giotto
ciao Giuseppe_ho scritto due appunti_sono sparsi, sedimentari e incompleti_ma vorrei che li avessi
Ciao Tania (L. G.) anche per il tuo diario di bordo se vuoi

24. novembre 2011 | appunti_ analisi qualitativa (II) su alcuni aspetti motivati dalla tesi di master in informatica per la ricerca storica nell'ambito della storia dell'arte_la cattedrale di Assisi è stata studiata per il suo orientamento e quindi per la disposizione speculare delle storie, nei registri narrativi a paragone con quelli della stilistica romana ascendente – quest'anno, a semplici riflessioni ho aggiunto due idee: individuazione della diagonale del cubo/parallelepipedo, determinazione di una scansione detta zonale del colore tratta da MacAdam mescolata con la classica rgb/cmyb l'idea di un timbro cromatico, regolato su registri, lati, profondità mi ha fatto pensare che anche la tavolozza può esprimere in modo connotativo e denotativo assieme quando assiste logicamente alla figurazione dei personaggi delle storie. Qualcosa su cui non varrebbe la pena di insistere, visto che lo sappiamo già. Quindi resta da indagare la possibile corripondenza con le scale cromatiche lignee delle tarsie, della miniatura, o intertestualmente (cosa che preferisco) ovvero sulle analogie che si creano in modo del tutto spontaneo e motivato al tempo stesso tra segno e colore.
Quindi luce come montaggio strutturale delle cosiddette 'stanze' giottesche. Scoprire perché il piano di superficie 'sembra' essere così predominante – ovvero se Giotto voglia 'introdurre' un discorso per profondità tutto da collegare con i testi biblici (natura e cultura) e neotestamentari. Così dato lo schema: sopra natura : genesi come storia : vita di Jesù – si comprende come il linguaggio visivo di Giotto sia un vero 'canone' spiraliforme, illustrato come se implicasse una rotazione, ovvero una sorta di 'durata' metaforica – pensando a tale espediente per descrivere la temporalità del racconto – si è in corso ovviamente nel problema 'solare' delle meridiane e dei punti più o meno esplicitati che possono far emergere il concetto. Resta solo con ogni evidenza l'architettura ruotata per far volgere a 180 gradi la struttura – qualcosa che non si è mai presentato nella storia delle basiliche paleocristiane o gotiche che sia – dunque emblematica origine della storia come specchio della realtà e come riflessione mediata dal reale.

(Ringrazio Giuseppe Salerno per avermi aiutato a verificare le equazioni su un paio di cose divertenti per cui non riuscivo a capire se la mia teoria fosse semplice: archi di cerchi, rotazioni e qualcosa di simile sullo spazio positivo cartesiano ad Ottobre e poi diagonale e idea di rotazione - recently 'layers').

In attesa di poter chiarire e rappresentare graficamente questo aspetto, proverò ad approfondire le corrispondenze visive-cromatiche, le euristiche e quindi a proporlo in abstract di ricerca – come sempre IASV/IAS – spero.

10.11.2011_Laives, scuola | La cosiddetta (Meyer Shapiro) Rinascenza ristretta e il quadrato giottesco (quadrato come matematica – geometria trivio) o già connubio tra trivio e quadrivio. Struttura: oggi ho cercato di farmi spiegare visto che l'avevo immaginata, la formula per derivare la diagonale del cubo – d radice quadra di aq+bq+cq – altro tema da completare è l'affluenza araba e nordica – insomma il tema di Umberto Eco – che sia Occkham a portare l'interesse per la misura o sia il calcolo arabo a definire il contesto di applicabilità. Il solito, ma perché trovare poi semiotici che tentano di spiegare i coni ottici dei costumi delle opere Giottesche come se si trattasse del rasoio di Occham questo ancora non l'ho capito. Preferisco lavorare su due cose: Il dono del mantello – storia e natura, chiesa e città, mura chiuse, natura aperta, e il fondamento del diritto canonico più la scoperta della necessità della legge – che sola può dare la grazia all'umano errare, etc. in vita – o storicamente ratificare una sorta di grazia divina (ma come). Insomma diagonale soprastorica e funzionalità che avevamo già visto agli Scrovegni, con l'installazione dei lettori modello/reali e autori modello/reali.

> quale seguito logico?

Interessante è rilevare che c'è coerenza con la basilica superiore gotica - gli archi gotici, faccio notare, per me sono sestanti, (analogie della misurabilità del cielo e anche in fondo analogia tra strumenti e cielo cercata nella forma) e l'idea che si diffonde della salvezza dopo il diluvio universale già sentito come concetto di universalità della cultura – le diverse interpretazioni del gotico italiano e i suoi 'lessici'.

> rispetto alla nozione di rinascenza ristretta, forse omaggio a Einstein da parte di Shapiro.
> cosa centra con Shapiro e il romanico... no ho ben capito e immagino che riguardi solo e puramente il metodo storico quantitativo poi qualitativo, visto che sono proprio i francesi a negare 'perfettibilità' della ricerca sulla luce e sul colore per poi rimangiarsi alla fine dell'ottocento la questione con la luce elettrica. Dunque riscoperta di 'valenze' umanistiche: enlumination, impaginazioni, miniature, architettura, astronomia, pittura, musica, certamente geometria delle ombre in netta sostituzione (Monge) dell'antico dilemma sul colore - etc. sarebbe da ingrati restare alla superficie del diniego: il colore come sistema assoluto di là da scoprire, viene riproposto nella magnitudine solo con o dopo Maxwell.

Ragionando  invece sugli argomenti figurativi senza scindere il testuale e il figurativo come coincidenze rispetto alla trasposizione del significato, si può riparlare di una tetica graduale, metastorica e profonda grazie agli affreschi di Assisi. Sempre rispettando il primo testo di Eco sul medioevo come antecedente e riproposizione, l'accesso, configura in battuta la questione dell'enunciazione della legge – mi sembra che sia da qui che occorre trovare sia l'intepretazione del percorso che le figure della redenzione, o processo inteso come sequenza dialettica di riflessioni sui dati acquisiti, del confronto diaristico quasi e quindi la metafora del Cantico fluida (o cristallinea?) più che meccanicistica, forse, o ancora di avviluppo come vorremmo ribadire, in cui un limite va riportato, come una soglia: la sua envelope – così San Francesco, non parla tanto di una mente liquida, o di fluidità di schemi, si usa l'analogia nel Cantico, ma per termini come purezza, chiarezza, dolcezza che non sono contrapposti del tutto ma conviventi con i loro contrari indispensabili e segno del sacro sopra il profano come éclat (sole, acqua, aria, fuoco, etc. elementi animati naturale - l'anima del mondo). 

Accostamenti a ricerche precedenti_Quel rapporto di descrizione e costruzione, di ipotesi e di realizzazione, che indica in Leonardo il motivo del doppio punto di vista che scopro analizzando costruttivamente, righelli in mano, esser costitutivo di una doppia articolazione del processo e del sistema, del libro e della città, della letterarietà che istruisce il disegno, o della natura che restituisce l'ente universale, visto come geometricamente corretto, idea; dove: nell'immagine della Enunciazione (Kenneth Clark: prima opera autonoma dell'artista) – opera che segna il debutto – dove dalla nicchia cubica parte una prospettiva tipica del proscenio, mentre dal libro quella prospettiva funzionale a rappresentare il disegno della mappa della città...(!), così dal cubicolo parte la prospettiva della città reale – prima opera in cui vediamo realizzata la città modello e la città reale nel sincretismo iconico: è questo che mette le due a registro – che le realizza come dire entrambe. Insomma verrebbe fuori un Medioevo immaginifico, capace di immaginare il mondo e non solo di dettarne regole – una condizione sfumata che integra il bisogno di relazione tra il proprio tempo e la storia (San Francesco e Jesù) e natura e storia intesa come scienza naturale oserei dire, come spiegazione del creato e salvezza (Antico e Neo Testamento: Eco (1987) dice che sarebbero come continui e usiamo volentieri contigui sullo stesso livello e interlacciati per 'senso', restando fedeli alla tradizione 'trasparente' dei layers, forse...gradi della scolastica, può darsi, ma specialmente soluzioni, immagino per descrivere, mi verrebbe da pensare una sistematica e una linearità altrimenti impossibili, persino inconcepibili, se non fossero legate al gusto. 

Il testo Giottesco intreccia una scienza naturale evolutiva con modi nuovi, non coltiva ne costruisce oggetti – li osserva, li restituisce al proprio mondo naturale. È vero che potremmo trovare rinnovata la lettura di Aristotele (l'anima), le discussioni – ma sono certo risolte nell'architettura gotica nell'articolazione detta più sopra di lessici, si di lingue che si sono date non solo la palatinizzazione ma anche le liquide, etc. come si trattasse di dover descrivere parallelamente le scienze e la natura, l'acqua e il linguaggio con cui descrivere questi linguaggi oggetti, di nuovo.
La domanda potrebbe essere a questo punto: Giotto prevede un'istanza dell'osservazione, dell'attesa, dell'astanza o di qualunque altro genere? O si occupa di descrivere, didatticamente, pdeagogicamente, cosa poter fare con il cubo, con quel giocattolo ermeneutico. D'altra parte, tutto è già la, anche nei termini di legge della conservazione – di impulso proiettivo della salvezza – insomma psicologia e obiettività scientifica si generalizzano per trovare equidistanze. Stavo poi pensando ragionando con Te (Giuseppe Salerno) che l'arco di cerchio che disegnamo servì forse nello spicchio a ruotare il catino absidale, perché forse doveva essere dall'altra parte; ma l'architettura superiore genera un'altra vista, lo mette in modo che, credo, sia non est – insomma a ovest, secondo una prospettiva che i tedeschi poi chiamano wesperbuild /ung /er etc – insomma la porta d'accesso verso ovest che rappresenta (come facessero a saperlo lo vedremmo solo con i cartografi) Nazareth più a Occidente – e il tema curioso della stella cometa Betlemme – come rinvio forse trasposto nella nostra idea di diagonale, arco celeste, si potrebbe anche dire, ecco perché l'arco gotico, risolve inclinandolo di scorcio un arco molto più grande che sarà semicircolo – misura celeste. L'intelligenza raffinata della semplicità e della naturalità della traduzione riporta come detto alla fenomenologia, solo in quanto riattualizzazione storica 'dal vero' – nelle Storie di San Francesco, sino ad un certo punto: ma ora è rinnovatio della scienza naturale stessa intesa come descrizione possibile, come testo possibile.

Non so se il compito possa ampliarsi - ho trovato altre cose nei manuali - il più giusto è quello di DeVecchi e Cerchiari, poi il Bona Castellotti - perché introduce il primo un tratto costitutivo anglo-francese sulle vie di pellegrinaggio e l'altro perché mostra la sovrapposizione delle navate frontalmente - ma poi salta fuori quella punta triangolare del piede di San Francesco nel dono del mantello come se indicasse un punto preciso e mi sono scalzata del tutto se contiamo alfabeticamente le cose, Giotto potrebbe aver giocato una relazione con le sue lettere cardine della storia, ma individuandole sul partito architettonico - M sta per la rotonda mariana. Comunque anche il bel testo di Anna Chiavacci Leonardi, (nel Paradiso di Dante) potrebbe essere da guida se si volessero i raffronti e i commneti, nello stile della ricerca delle prove.

  1. aggiungere argomento sulla tarsia - quella sorta di scaffolding: guardare sopra il piano, alzando i piedi, insomma, l'estensione della cultura – tarsie urbinate e veronesi.
  2. provare a semplificare il più possibile il testo e cercare in che modo diventi una nuova via di pellegrinaggio scientifico umanistico in pieno umanesimo. - cercare questioni sull'esperanto europeo e le nozioni di comunità, civiltà, costruzione europea - mediterranea, alessandrina tra classico e prima maniera ellenistica anche in geometria, dunque quadrato e invenzione del quadro, etc.
  3. riguardo alle figure 'nobili' della geometria, tentare sempre una semplificazione e vedere in che modo gravitano, non accontentarsi di letture strampalate e simboliche perché come al solito, quando il tema è legato alla natura, si tratta di semisimbolismo (proporzioni tra elementi e oggetti – in genere natura e cultura), di rapporto con la verità e il segreto della natura.
Anche la storia dell'arte ha i suoi noir | Un paio di 'motivi'_vedi il bacio di Giuda_lo strano caso del suo mantello orientato come se fosse un riquadro III del piano cartesiano negativo in tutte le direzioni - ma dobbiamo intercedere qui perché si riduca questo relativismo e non si tengano esattamente tali riquadri come emergenze connotate - quanto come differenze tra luoghi condivisi, in cui i soggetti mostrano valenze differenti benché volte alla ricerca (es. se il pastiche per me è del III riquadro - in parte vi colloco il Neoclassicismo perché riproduce una sorta di crinale alessandrino - così nel I piano apparentemente tutto positivo conviveranno termini opposti a contrasto classico e romano inteso come greco e latino, come classico inteso come antico e moderno contro una romanità intesa come ellenizzante e rinascimentale - se vi pare - tanto da mettere in questa serie a facce affrontate tutti gli elementi strutturali di uno e dell'altro - farò una tabella, ho già visto che sarebbe quasi più semplice - ce ne sono altre pitagorico-retoriche basate sul criterio generazionale, di Renato Barilli - ma io opterei per mettere i layers, riconosciuti da una scuola internazionale strutturalista, della pittura romana a contatto con i procedimenti euristici e vedere dove si va, almeno a livello di modellizzazione della scienza) – sul piano della rappresentazione provo a confrontare con il modello trovato sull'analisi Peirce e le fasi interpretative e vediamo a cosa può corrispondere l'abbraccio di contatto delle due figure di profilo perché non capisco – per me che tendo a storicizzare l'oggetto culturale è una specie di motivazione ingenua e mi scuso per questo tentativo di risemantizzazione del tema: Giuda vuole il processo alla strage degli innocenti ma non riesce a cogliere né il modo né la ratio e incastra Jesù che rimane stupefatto per la situazione artefatta e assurdamente ingenua; d'altra parte diventa tutto il tema orribile perché già culturalmente stratificato – tuttavia si annota la 'doratura del mantello' e l'idea di sezione salta fuori da sé (l'altra interpretazione è che Giuda invidioso perché mosso dall'idea di possesso di un grande territorio abbia tentato di rovesciare il ruolo di Jesù - ma sono tutte parafrasi fittizie - la posizione indica qualcosa, il verso, solitamente il cavaliere che procede verso destra indica la morte e la resurrezione cristiana - Giuda resta come ancorato a quel tempo storico, come se la sua negazione lo avesse irretito con le sue stesse mani - complicato, no?) – quindi non riesco a non rileggere la questione in chiave più di 'perdono' rispetto ad un atto tanto avventato ma giustificato in senso storico se non con la fiducia ingenua nel popolo – tempo fa, la stessa curiosità la si aveva su tematiche simili quando scoprendo un tema ad aspetto sociale ci si chiedeva se un popolo vorrebbe mai cimentarsi in un argomento biblico se probabilmente non ne ha nemmeno conoscenza: così preferisce avere tosto i soldi che Barabba deve, piuttosto che Jesù, ma questo scambio mi sembra in sè poco interessante - come potrebbe un processo avvenire a schema plebiscitario, proprio non so.

Procedere solo per tetiche semiotiche - perché i temi sono troppi - appare sempre più necessario alla disciplina della storia dell'arte, benché la costruzione del testo e i volumi eccellenti che escono sulla questione delle cattedrali italiane ed europee spinge a comprendere tanta fatica a conservare i problemi dell'interpretazione; Questo leitmotif, questa escursione nel testo con le sue forme di traduzione intersemiotica appaiono evidenti sia sullo sviluppo dei layer che nel contesto della descrizione (ékphrasis) ormai messa in pagina certa di un 'oggetto culturale' e quindi disposto secondo regole narrative certe, esplicite. Se a Padova si credeva che la struttura del lettore modello – reale, dell'autore modello – reale fosse tanto inscritta e unitaria da essere unica nell'esperienza giottesca, di colpo il concetto delle storie di Assisi sembra investire su una sorta di cronotipo – appoggiandosi da un lato al rovesciamento della croce sanpietrina, volgendo il capo al presepe, alle origini della chiesa romana, come per 'citazione' di occorrenze discrete, quali possono corrispondere, quelle non meno implicate nella domanda della regola e quindi del 'sogno' – già rara specie di racconto in sé – dove Francesco sogna di essere a Parigi e chiede il riconoscimento della regola francescana – sappiamo che la regola è architettonica e che ci si presenta un tema di architettura del testo visivo - quale adesione ad un concetto più vasto e naturalistico come quello proposto nel Cantico pur tema letterario poetico, elogio delle creature, oltre che in un certo senso legge interpretata che motiva il testo visivo giottesco – insomma in qualche modo, traduce come per gesto teorico un insieme che in modo giustamente elementare si potrebbe dire intersezione di enunciati, storie, dove ad essere 'quasi' a specchio sono le storie di Gesù e Francesco, ma come analizzato altrove, hanno come prepulsore schematico solo il lanciatore del disco, il discobolo, che io sappia – perché 'propulsori' fisici dovrebbero interessare la composizione – non so. Ma in fatti la cosa che mi sembrava più strana è questa articolazione a zig-zag con un moto che ascende e confronta ma alla fine, distingue benissimo le forie interessate su un lato e l'altro. L'idea di spinta e di questione temporale, è oggetto di discussione tra Bertrand Russel e Bergson, il primo, filosofo matematico, infatti, accusa o definisce in un certo senso il monolitico Bergson a causa del suo uso univoco del punto di vista - privo di pareteticità con l'altro – Eco d'altra parte sembra dire che il punto di vista sia come neutralizzato perché l'antico testamento si fonde con il nuovo e non c'è una rottura tra i due. 
   Questo arco che qui inscriviamo, disegnandolo come metafora di una forma di enunciazione, spazioso come nella traduzione del Longhi, cos'è se non il prototipo del romanzo storico, della lingua volgare romanza, il racconto delle ore francese restituito ad ascendenze latine e ancora più al santo sepolcro come origine temporale della storia intesa come diario, attualizzazione di eventi, osservazione. Restava un dubbio che la forie non sia finita lì, che il solco individuato dall'uno non necessariamente si risolve nell'altro, motivi della cacciata dall'Eden come necessità della reincarnazione del divino e commiati in senso catastrofista come da giudizio e diluvio universali... 


Ho concluso, ma metterò in ordine più che posso, che il tema è trasposto questa volta forse si univocamente da Michelangelo nella Cappella Sistina, nel Tondo Doni, già lo trovai mentre insegnavo al Liceo Maffei due anni or sono in una bellissima classe (IV A classico) di nuovo il predominio del testo antico sul nuovo, ma la vittoria delle tavole della legge nel Giudizio, che tanto stranamente vengono mutilate nella completezza dei layers che sono ben quattro, in cima gli angeli apteri (si veda il Devoto OLi | apofelio ed epifelio) che scortano la croce e la colonna della flagellazione. Resta da verificare se l'impiantito su cui fare la sezione aurea sia offerto dalla singola campata o possa essere espresso come misura del torto (colonne tortili) o per altre analogie, sullo sviluppo dell'intera chiesa – il completamento del quale è dato da una facciata con le consuete o meno, motivate figure lobiformi del trifoglio – di nuovo orfane, in un certo senso, strage degli innocenti – l'avviso è come dato come per sottolineatura, il rinvio al divino come giudice è composto con l'equilibrio non tanto della volta dei dottori, a mio avviso, quanto della natura come nella lettura wagneriana – Giovanni Segantini infatti, di fronte al tema della Fuga in Egitto trova un'altra risposta: potevano scappare con i figli – poi intimorito come forse da quello che comportava, forse un sacrificio più cruento – dice che solo la natura può rispondere e restituire – questa chiosa, conclusione cui giunge in parte per sue leture di Nietzsce in parte per Wagner, le restituiresce nel graffito delle Cattive madri (Liverpool). Simbolista ormai, il quadro poetico di storia di Segantini ricorda che la natura provvede alla cura della discendenza non tanto la volontà... etc. non so se si possa concludere in modo simile un tratto così specifico – ma basti ricordare il suo Trittico per trovare consonanze anche più 'quotidiane' ed immerse nella vita di tutti i giorni.


Mi proporrei stile vacanze di Natale solo di segmentare graficamente l'origine e la sezione aurea su apofelio ed epifelio e vedere se la trovo – solo in ultima analisi dopo aver segmanetato il continuum naturale proverei in caso a vedere se le connotazioni 'dubbie' del resoconto giottesco si staglino in modo sempre più chiaro e interdefinito, così magistralmente.

Ø     Cose da controllare: - semiotica visiva, insiemistica, qualche traccia algebrica, qualche ricerca sugli orologi del dominio delle ore di ambito francese del XIII secolo. Generalato anglo-francese_protettorato. Cnone con la testa a ovest a quale asse dell’enciclica, secondo me è tipo Marzo - mariana come chiesa, come sempre: 25 marzo – mi ricordo che il 27 Febbraio 2009 alle 18.oo la luna era una specie di smile con dentro una stellina perfettamente in centro, come se fosse un semicerchio con il punto. Così, solo per dire. Vedere lo stellarium – mettere data, ora, coordinate di Assisi e cercare – è logico che poi diviene un’istanza corale – i fiamminghi sembra, si siano presi il vanto dell’aver inventato la logica dell’imperfezione in semiografia musicale, ma se fosse come penso – occorre rileggere anche un testo di Goethe sulla traduzione perché c’è una pista diversa, va bene i fiamminghi potrebbero fare la parte dei ‘disinteressati’, ma la questione dell’esperanto mi piace e poi allunghi il passo e trovi certamente un problema iconico, di traducibilità. Ne ho un altro più spinoso che devo verificare sull’esatta corrispondenza della catastrofe del terremoto. Come agente, scherzo, come sospettosa (i semiologi sono tutti predisposti a verifiche di garanzia del bene culturale) devo fare i compiti – e li faccio – sta pur sicuro.
Ø     Caro Giuseppe – il lavoro da fare sulla didattica interculturale tra scienze naturali, geometria, algebra e semiotica del visivo e del testo, infondo c’è, si tratta anche di fare alcune verifiche sulla tenuta diaristica, sul significato propositivo che l'opera mette insieme dandoci una forma di risultato, ma siccome non possiamo pretendere di ricalcare orme carismatiche possiamo solo cercare di condurre al ductus, alla sequenzialità architettonica e prenderla come una lezione di cultura generale del Paese, dell’Europa, del Mediterraneo internazionale, ora in fondo memoria il cui tempio è consacrato alla storia naturale - ora anche visiva - come linguaggio naturale - più elevato dal punto di vista pedagogico e sperare che non ci siano i nessi della flagellazione o della crocefissione anche se il pettine delle sezioni auree potrebbe essere una normalizzazione della regola, un suo presupposto (tetiche a gradienti). San Francesco è tutto questo – è il segno dell’appartenenza al cristianesimo storico e filosofico, umano ed esistenziale, persino laico e naturale in senso civile.

domenica 21 agosto 2011

tipico di Barbieri... trovare sempre una cosa che (...) fa dell'eccezione la regola

Bene allora consideriamo che il fuoco, la fiamma sia data dalla colonna, benché non porfiriaca quindi non è un assioma o un albero o una ratio dizionariale/enciclopedica, ma quasi un 'luogo' piuttosto - sopra come se fosse un tavolo ribaltato, presente certe cose di Giulio Paolini, dove a specchiarsi è la roccia, come una mappa di chissà dove (...) volendo alludere al luogo non potrebbe essere più preciso di così - poi in effetti sei stato davvero elegante nello scorcio perché la fischelle sulla sinistra non l'avremmo notata, affine agli angeli architetti, misura cosmologica del fato persino della durata, Dedalo che si ritrova con Icaro precisamente in metafora dove al massimo dovremmo trovare ali angeliche c'è solo l'incutere di una spada ben affilata... può darsi che quella 'cordina' sia mera struttura e che al suo posto andasse veramente la spada mancante, invece, ma di chi è di Cellini? Forse sarebbe l'unico a far apprezzare contrasti minimali così immediati senza ingigantire la portata enciclopedica dell'assunto.

venerdì 4 marzo 2011

Beatrice Maffei | una donna alla scienza
in Trentino

Nasce a Rovereto nel 1901, figlia di Gaspare Baldessare Maffei (fu Tommaso - ramo cavaliere di origine Toscana di investitura francese - riconosciuto dall'Imperatore d'Austria nell'XIX a tutta la discendenza tra quattro rami Maffei in Trentino). Nel 1923 ottenne il diploma di insegnante di pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma e quindi si perfezionò con il maestro M. Alfredo Casella. Segue corsi di ritmica con un alievo di J. Dalcroze. Nel 1927 ottenne il dottorato di ricerca in Scienze Naturali con i professori Sergi, Grassi e Fano. Specializzazione isto-fisiologica e di scienze dell'alimentazione. Dal 1930 al 1943 venne incaricata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche a Roma di attendere ad un servizio in scienze biologiche nel settore bibliografico (comunicazioni scientifiche per intendersi), in lingua italiana, francese, inglese e tedesca. Dipinge e possiede un certo buon gusto per l'arredo che a Roma diviene uno dei suoi hobbies. A Rovereto e a Roma frequenta Carlo Belli, Fortunato Depero e Rosetta, Vittorio Casetti. Grazie alla sorella educata in Svizzera, stringe contatti con la patria neutra. Tra i suoi carteggi più significativi c'è quello su Antonio Rosmini con l'Istituto di Torino, con le colleghe prima della guerra e nel suo scoppio e con vari istituti di ricerca Trentini. Ha cooperato con il gruppo Scout di Rovereto per anni - una volta vollero prenderla in giro dicendo che non avevano certo bisogno di lezioni di naturismo (lettera). Era single ma dal suo contegno credo che mise al centro la stima e l'affetto di Carlo Belli. Ha scritto un romanzo: Albertine che ne riporta l'introduzione. La corrispondenza personale con l'artista che viveva a Roma, era fitta di considerazioni famigliari, civili e a volte politiche nel confronto tra eventi e tensioni terroristiche, ruolo della chiesa nel passato (II guerra mondiale) e necessità che la donna non diventasse eccessivamente imitazione del machismo come ricaduta del Fascismo imperante.

domenica 19 dicembre 2010

<> | 2003

Lo spazio visivo nell’Arte come forma di Significazione

   saggio di ricostruzione storico artistica | la categoria dello spazio come categoria interculturale e multiculturale

[Ogni parte di questo scritto è da considerarsi unitaria al suo significato e quindi si prega di rispettarne il diritto d'autore e la scientificità].

I. Prima di Picasso cos’è lo spazio?
Primo schema: cubo, «cubatura».
Lo spazio, prima di Picasso, malgrado la rivoluzionante ricerca di Cézanne, è inteso quale una camera ottica. Da questo punto di vista lo spazio è inteso come valore chiuso, i cui limini devono essere solo ed esclusivamente ritagliati dall’interno, come in un iglu, in cui per diverse ragioni ci si protegge, ma anche uno spazio articolato dal punto di vista semantico, ha queste proprietà: si pensi alla pagina di un libro cui deleghiamo il nostro diritto alla cultura, essa appare «inibente», sia dal punto di vista di quanto ritaglia come ciò che è «esterno», sia come ciò che risulta non costruito, e quindi non strutturato, fin quando non rinvia all’oralità attraverso le forme del discorso. Una posizione interculturale rigida richiede una codifica molto lunga, per il fruitore: un codice si aprirebbe (nei sistemi autoritari ed indifferenti alla novità, oltre che omologanti rispetto al valore) solo a certe condizioni decise da un unico punto di vista, solitamente quello totalitarista. Una concezione ritenuta ingenua, può essere vista con sospetto e quindi tale sistema si dota di apparati educativi più che di scuole. Anche se manifesta contestualmente proprietà necessarie al testo, alla sua tenuta, cela la paura di aprirsi troppo e perdere la propria unità.

II. Con Pablo Picasso e il Cubismo nelle Arti Visive la vista si struttura (dividendosi e componendosi) in modo interdipendente all’oggetto osservato, nella consapevolezza dell’indeterminazione delle sue angolazioni.
Secondo schema: proiezione trimetrica (le cui direzioni sono misurate in modo indipendente e danno esito ad angolazioni diverse relativamente al piano di proiezione) con intersezione di rette e linee di forza.
Ciò ha permesso di comprendere che il punto di vista può essere inglobante (inclusivo in modo discriminante): lo spazio è visto e percepito quindi dall’interno, ed i limiti sono marcati anche se “aperti”. In tal caso lo spazio se inteso alla stregua di un concetto e quindi metaforicamente, risponde ad una funzione sociale, di costituzione degli oggetti e dei concetti. Argenton, riguardo, ai tipi di arte che nascono con questa funzione, osserva: essa «accoglie in sé numerose e ampie, spesso compresenti, funzioni sott’ordinate a carattere unitario – ludiche, magiche, religiose, etiche, politiche ecc. – a loro volta articolabili e specificabili ulteriormente in rapporto agli usi particolari che dell’arte possono essere fatti (…). Un esempio, a mio parere eccellente per illustrare questa complessa e articolata funzione, è quel movimento politico-sociale che passa sotto la denominazione di “iconoclastia”, il quale è collegato a una certa produzione artistica di un determinato periodo della storia d’Oriente e d’Occidente» (Argenton, 1996, p. 219). Questi aspetti costituiscono il significato dello spazio visivo: «un campo le cui forze sono organizzate in un insieme autosufficiente ed equilibrato e nel quale le componenti interagiscono in tale misura che mutamenti nell’insieme influenzano la natura delle varie parti, e viceversa». (cit. a partire da: Rudolf Arnheim, Il potere del centro, Torino, Einaudi, 1982, p. 271). Per «forze», aggiunge Alberto Argenton in Arte e cognizione, non si dovrebbe soltanto intendere le forze fisiche del mondo fisico, concreto, ma specialmente le forze di tipo percettivo, generate dalla configurazione stessa del campo, dalle qualità della struttura e che possono essere colte in modo organizzato, nel loro relazionarsi, costituendo, in quanto dato percettivo, un fenomeno di carattere universale la cui esperienza è di tipo valorizzante. Ritorniamo così a Picasso: per l’artista, la composizione genera a sua volta linee, colori, note e parole, che stanno a possibili significati, rappresentazioni mentali (la vera vocazione dell’opera d’arte consiste per l’appunto nella sua funzione rappresentativa), pur appartenendo a quel mondo fisico e percepito che conosciamo tuttavia come composizione (vedi Appendice). Le strutture economiche sono fortemente centralizzanti e dipendenti; una visione interculturale di tal sorta può anche disconoscere le influenze sociali se non è consapevole del tradursi degli spazi in «azioni». Il Cubismo ha offerto uno sguardo privilegiato a tutto ciò che appare come «primitivo» proprio perché altamente strutturato e coeso in un insieme saldamente ancorato sia al mito che alla figurazione: gli oggetti rappresentati sono analoghi dei testi e possiedono in tal senso una propria individualità; il visivo dunque esprime un accesso al reale non dato per scontato. Ancor più che in altri periodi storici, il Cubismo ha saputo fare delle competenze eidetiche (relative allo spazio) e cromatiche (colore) dell’artista un vero principio promotore dello sviluppo del linguaggio compositivo. I testi sono dotati di una sorta di poli-visività in cui sono traslati in modo concreto e dinamico accanto ad altri linguaggi testuali di tipo simbolico.

III. Questa diversa modalità di concezione dello spazio interdipendente favorisce la pluralità del punto di vista.
Terzo schema: intersezioni di piani, proiezione trimetrica con linee di forza ortocentriche: verso l’interno dello spazio.
Oltre l’appunto storico della storia della lettura (Chartier-Cavallo ne tracciano una tutta Occidentale), per quanto concerne l’ambiente testuale inteso come «luogo», possiamo pensare il diritto alla cultura con la sua delega al libro e ad ogni artefatto comunicativo presente nel continuo del tessuto urbano, compresa la presenza di testi “altri” (artefatti comunicativi, salienti) che costituiscono emblematicamente dei punti di riferimento nella mappa in quanto “ambiente” (Barbieri, 1991; Giovanni Anceschi,Monogrammi e figure, Firenze, Usher, 1981; Tarozzi, 1998). Il punto di vista è inglobato ma anche esterno: lo spazio è multicentrato a favore di metriche interattive, e percepito anche dall’esterno secondo le funzioni di un fruitore che interagisce in modo interdipendente. I limiti sono marcati dai soggetti e dalle strutture secondo le norme. Il rischio potrebbe essere di creare una periferia  “estranea”, mentre l’aspetto innovativo, invece, è una periferia ad «area comunicante» come nella mappa dell’underground di una città come Londra o Parigi con le proprie articolazioni interdipendenti. Il modello è pensabile a «province» di significato. Questa diversa visione dello spazio, a livello semantico, può favorire una maggiore consapevolezza del punto di vista dell’altro, di colui che riporta, registra, contribuisce a manifestare una diversa esperienza e si adatta secondo il legittimo consenso. Dal punto di vista interpretativo, la struttura potrebbe essere intessuta di informazioni circa lo statuto delle funzioni secondo questa multi-articolazione del punto di vista (scuola di Mak Halliday e di Alberto Argenton), e dando legittimazione ed autonomia nell’utilizzo delle risorse a seconda degli scopi, non senza la possibilità del confronto e dell’incontro più generalizzato. Dal punto di vista psico-sociologico, potrebbe essere intesa come una struttura a rete, ma in realtà è esattamente una visione a clues: ciò che soddisfa la scelta, è la possibilità di effettuare liberamente indagini comparative su campioni coinvolti nell’ambito decisionale e svolgere alcune attività come il riconoscimento non in modo distaccato dalla visione generale dell’opera e invece connesso alla sua funzione referenziale: «intendendo qualificare con questo attributo la funzione che l’opera artistica può svolgere proprio per il fatto di configurarsi come un oggetto, un “referente inventato”, e che consente di attribuirle un significato diverso dal, o che va oltre il, significato rappresentativo che le è proprio» (Argenton, 1996, p. 223): innestandosi in quelle che successivamente chiamiamovalorizzazioni emotive ed affettive dello spazio semantico. Forse in questo modo i testi e i macrotesti delle strutture, possono essere disegnati con maggiore capacità e possibilità di contribuire alla fruizione delle direzioni di senso. Inoltre, questa diversa modalità di concezione dello spazio,  a livello testuale potrebbe favorire una maggiore compresenza di strutture nella realizzazione di una mappa degli «spazi» e  dei «luoghi», concretamente vissuti e vivibili, secondo, ora  coordinate soggettive ed ora coordinate intersoggettive, che pongono il fruitore al riparo da discriminazioni periferiche e ghettizzate inibenti. Essa potrebbe mirare consapevolmente a avere una concezione modulata dell’equità secondo uno stile attributivo trasparente, che coglie aspetti democratici del vissuto accanto alle valorizzazioni di prossemica (relazioni di vicinanza e distanza tra soggetti e oggetti, compresi gli oggetti di valore) di tipo partecipativo, le cui possibilità di interazione e il relativo successo nell’integrazione, dipendono dall’effettiva possibilità di adesione e discussione. Il punto di vista interculturale, quindi, dovrebbe poter essere comunicabile anche quando minoritario secondo valenze  che vi sono inscritte, e non svuotato di legittimità perché eventualmente “periferico”. Le nuove megalopoli basate sulla centralità dei servizi maggioritari, ricompone il silenzio “apparente” delle periferie. In realtà, per noi che osserviamo questi comportamenti attraverso degli assunti, occorre immettere un innesto generazionale e cercare di cogliere cosa accomuna le varie generazioni di strumenti e servizi e di soggetti coinvolti nella ricezione (pertanto sembra imprescindibile la lettura della Storia dell’Arte di Einrich Wöllflin proprio per le caratteristiche generali dell’opera d’arte). In ambito sociale, le funzioni amministrative civili dovrebbero essere fruibili in modo archivistico sempre per meglio favorire il confronto e il linkdiacronico trasparente.

IV. A lungo la semiotica generativa e quindi l’ermeneutica fenomenologica (incontratesi tra Merleau-Ponty, Lévi-Strauss e Propp, Greimas, e altri) per certe esigenze etnometodologiche (relative ai modelli di riferimento) si sono mosse attorno alle categorie dell’intersoggettività
Quarto schema: più spazi ad intersezione – polimetrica o interattiva; le linee di forza sono convergenti ma anche gerarchizzate e topologiche nell’insieme.
Con le motivazioni che possono compensare certe apparenti rigidità di una visione astratta della relazione primaria di soggetto - oggetto (Harrison Hall, “Intentionality and world: Division I of Being and Time”, in The Cambridle Companion to HEIDEGGER, pp.122). L’intenzionalità può essere intesa come ragione per la quale si da invenzione, (Baxandall, 2000) come apertura del «codice» allo spazio del valore in termini «partecipativi» (Zinna, 1991). In La svolta semiotica, (Fabbri, 1998, pp. 31-63) Paolo Fabbri, parla altresì del regolo temporale in termini di phorie, di “consonanza” e di “discorso” possibile tra eventi che ci aspettiamo (o come direbbe Heidegger, perché possono fare tutti) ma che diamo per scontati in temini anaforici o cataforici (di riferimento al passato, o di uno sguardo al futuro, alle direzioni che prendiamo) a seconda che queste azioni abbiano delle confluenze nella ridistribuzione dei concetti in senso attributivo, oppure in senso previsionale e quindi inferenziale (”se hai continuato a fare così, sarà perché ne avrai avuto delle ragioni”). Si tratta forse di un nuovo spazio maggiormente permeabile delle motivazioni e degli aspetti (o degli effetti) culturali intersoggettivi che risiedono nell’«aurea» della riproducibilità di un “portamento” degli oggetti culturali umanizzati perché condivisi (Zilberberg, 1999); ma non solo di un nuovo spazio maggiormente permeabile delle motivazioni e degli aspetti (o degli effetti) culturali intersoggettivi ma anche di una nuova visione degli oggetti in termini emotivi ed affettivi.


V. Appendice: Guernica)
Quinto schema: l’interattività, pone una questione di stile interculturale, a livello didattico favorisce l’emergenza delle passioni, la loro interazione e interdefinizione; la categoria di persona, comincia ad essere preminente rispetto a quella testuale di soggetto.
Visione che ingloba lo statuto del soggetto e quello degli effetti di valorizzazione attribuiti agli oggetti secondo una modulazione possibile del linguaggio stesso che utilizziamo per famigliarizzarci: Walter Benjamin riportato da Claude Zilberberg per innumerevoli ragioni che contribuiscono a proporre in modo diversificato, ma non di meno coeso, il tema della civiltà degli oggetti culturali, per i quali forse potremmo ricordare il contributo ben più corposo di Kenneth Klark, Civilization; ma è in Immagini di città dove Benjamin riflette sulla città come visitata e vissuta in modo assai disomogeneo e legittimo. Da un lato c’è colui che vi risiede e traslando sul discorso gli oggetti che lo caratterizzano, sono le caratteristiche ad essere in questo caso intrinseche, le proprietà che esso porta con sé; ma è nel fare questo che vede una diacronia ed una sincronia relazionali, più spesso interattive, attraverso le quali costruisce il suo senso del luogo: sulla sublimazione di ciò che non può, magari perché non ne ha il tempo, il residente, fare, ma che a seconda dell’interazione con l’Altro, concede o non permette che sia svolto. Dall’altro c’è il turista, aduso ad un punto di vista distaccato ed estatico, quasi asintotico nel suo far rivivere certe potenzialità, il quale consapevole di dover aderire ad un certo bon ton, tuttavia innesta un saper vivere basato su tratti esistenziali più «deboli», un vero libero gioco, tra combinazioni e letture che si dovrebbe osservare come mediazione interculturale in atto: ora appaiono da una griglia estetica valorizzante (J.-M. Floch, in Semprini, 1990; Zinna, Zilberberg, in Fontanille, 1998). Assi valorizzanti nella scuola, con una particolare attenzione alle modalità in gioco, saranno: 1. le opportunità formative; 2. i soggetti interessati a proporle; 3. gli orari rispetto alla didattica; 4. gli spazi adibiti; 5. la partecipazione. Ho parafrasato il testo (Giusti, p. 53), ma ho “realizzato” che senza l’attenzione all’ambito interattivo tra momenti istituzionali e non della scuola, il problema della didattica interculturale rischia di essere nuovamente risolto come attività «esterna» al curricolo, con i relativi rischi successivi di intolleranza.


Appendice illustrativa
Pablo Picasso, Fabbrica a Horta de Ebro,  1909.
Olio su tela, cm 53 x 60, San Pitroburgo, the State Hermitage Museum.
Pablo Picasso, Tre musici,  1921.
Olio su tela, cm 197 x 185, Filadelfia, Museum of Art, L. and W. Arensberg Collection.
Pablo Picasso, Guernica,  1937.
Olio su tela, cm 351 x 782, Madrid, Museo del Prado, Cason del Buen Retiro.

Bibliografia ragionata per usi didattici
Discussione e riflessioni sulle funzioni dello spazio semantico
Argenton, Alberto
1996        Arte e cognizione, Introduzione alla psicologia dell’arte, Milano, Raffaello Cortina Editore, (Prima edizione).
Latour, Bruno
1999  “Piccola filosofia dell’enunciazione”, in Eloquio del senso. Dialoghi semiotici per Paolo Fabbri, Milano, Costa & Nolan, pp.71-99.
Barbieri, Daniele
1991  “Il racconto”, in I linguaggi del fumetto,  Milano, Bompiani, pp.203-212.
Baxandall, Michael
2000 Forme dell’intenzione. Sulla spiegazione storica delle opere d’arte. Torino, Einaudi (txt. orig. Patterns of Intention, Yale University Press,1985).
Clark, Kenneth
1969  Civilization. A personal view. London, British Broadcasting Corporation.
Fabbri, Paolo
1998 La svolta semiotica, Bari, Laterza.
Floch, Jean-Marie.
1990 “Semiotica plastica e comunicazione pubblicitaria”, in Lo sguardo semiotico, Milano, Franco Angeli, pp. 37-77.
Giusti, Mariangela
1995   L’educazione interculturale nella scuola di base, Firenze, La Nuova Italia.
Hall, Harrison
1993 “Intentionality and world: Division I of Being and Time” in The Cambridge Companion to HEIDEGGER, Usa, Cambridge University Press, pp.122-140.
Marsciani, Francesco e Zinna, Alessandro
1991 “Gli oggetti di valore” in Elementi di semiotica generativa. Processi e sistemi della significazione. Bologna, Esculapio, pp.77-82.
Tarozzi, Massimigliano
1998  La mediazione educativa. Mediatori culturali” tra uguaglianza e differenza, Bologna, Clueb.
Zilberberg, Claude
2000  De l’humanité de l‘objet. (À propos de Walter Benjamin). In VISIO, v. 4, n. 3 autunno 1999 - inverno 2000, pp. 89-117. Www.fl.ulaval.ca/hst/visio

Discussione storico – letteraria
(alcune informazioni incomplete dovute a letture sparse a carattere universitario: si prega di scusare chi scrive, verranno al più presto fatte ricapitolare in una bibliografia coestensiva)
Benjamin, Walter
1971  Immagini di città. Torino, Einaudi.
Bellosi, L.
....  “La rappresentazione dello spazio pittorico”, in Storia dell’arte italiana, v. IV, Torino, Einaudi, pp. 5-39.
Ferretti, Massimo
1986  “Casamenti seu prospettive”. Le città degli intarsiatori, in C. De Seta, M. Ferretti, A. Tenenti, Imago Urbis. Dalla città reale alla città ideale, Milano, Franco Maria Ricci, pp.73-104.
Guidoni, Enrico
1989  “Firenze capitale occidentale” in Storia dell’urbanistica. Il Duecento, Bari, Laterza, pp. 134-173.
Longhi, Roberto
1951  “Giotto spazioso”, in Giudizio sul Duecento e ricerche sul Trecento nell’Italia centrale, (v. VII delle Opere complete), Firenze 1974, pp.59-64. e in Paragone, Anno III, n. 31, Luglio 1952.
Montagnani, Cristina
1990  “Fra mito e magia: le Ambages dei cavalieri boiardeschi”, in Rivista di Letteratura Italiana (tit. Riv. incerto), n. VIII, pp.261-285.
Renouard, Yves
1975 Le città italiane dal X al XIV secolo, Milano, Rizzoli, v. I, pp. 7-17.
Zancan Marina
....  “Le città invisibili di italo Calvino”, Einaudi Letteratura, pp.875-929.
Zatti, S. L’uniforme cristiano e il multiforme pagano. Saggio sulla Gerusalemme Liberata. Milano, Il Saggiatore. Cap. III, pp.91-144.

lunedì 25 ottobre 2010

venerdì 16 luglio 2010

relations entre les sciences naturelles et les sciences humaines_15-19 settembre 2008

Rovereto - Palazzo dell'Istruzione | Tra gli altri relaziona Jean Petitot - poi lo incontro sotto la cupola del Mart e curiosamente esce dal gruppo, come la grazia della algoritmica @ e non è difficile pensare che in capo al discorso piuttosto ampio possa aver nutrito qualche curiosità algoritmica anche in questo innesto tra sociologia e cognizione dove l'ambito delle interfacce è vogue-sutura cinematografica-connessione solidale, rara specie. Si parla di soglie, di palinsesti di generosità e di fantasia e credo, potrei affermarlo, che l'ambito strutturale della semiotica su cui si sono sviluppati certi rami, sia quello più creativo della semiotica e delle scienze umane almeno per spirito della condivisione - Petitot ce lo riconferma, basta un effetto di presenza, per far scaturire un discorso, tale che dedichi un resumé sostanzioso poco oltre l'anno - edito da Bombiani, con un suggestivo omaggio a Gobetti.

http://bompiani.rcslibri.corriere.it/libro/6249_per_un_nuovo_illuminismo_petitot.html

Qui non ci resta che il recupero, l'armonizzazione, ma sarà fatto, per qualità della trasparenza del Bene Culturale come semiotica dell'educazione, come continuità di sviluppi, come desiderio di ricerca e forse in qualche misura, di scrittura.
    Cito questa risorsa, che ho frequentato in quei giorni di Settembre, per almeno una curiosità: il pensiero epistemologico, per quanto concerne la storia dell'arte visiva, la storia dell'arte e il disegno come effetto di una rappresentazione, non solo progettuale, ma riflessiva, scioglie alcuni campi dell'ambito deduttivo: uno è quello della generazione di un pensiero generalizzando detto critico, che mantiene con l'oggetto alcune interessanti problematiche (di cui si può occupare a pieno titolo un'analisi del testo filosofico anche in senso logico - insiemistico semplice e quindi diffuso su una problematica tensiva come Fontanille et altri, si direbbe gioco di sguardi, intersezioni tra modalità e modi di intendere, di figurare, nel precisionismo di Peirce, a vocazione egizia probabilmente, il segno per ratio difficilis, di Eco esplicita e lancia un sassolino nell'information tecnology, per innovazione) l'altro risponde solitamente alla questione metodologica della griglia componenziale e semantica in genere, dove a fissare il cuore del discorso, sono le sue stesse declinazioni: ultima esegesi possibile resta quella della sua generazione in un ambito motivazionale, del segno motivato, contestualizzato e culturalizzato che si affaccia, aspettualmente, dignitosamente completo o incompleto, credo, alla restituzione dell'oggetto del discorso. Ma vorrei capire cosa farne di termini come ripresa - riavvio - risalita - quasi coniche, bisbigliate nell'orecchio. No? Oggi non sarebbe tanto sbagliato vederne il seguito nella storia del trilix, del modo proprio dell'oggetto, della rappresentazione in prospettiva.
    Tuttavia sarebbe riduttivo non parlare di una storia dell'arte come scienza naturale in parte, come sua possibile branchia, sia per una storia del paesaggio come bene culturale e oggettivo, pellegrino ed esperanto, protoscientifico in questo, senza cadere nella cosa in sé; sia come geografia storica dell'arte, e si pensi a quando l'architettura angosassone a inglobato la domus paleocristiana e ci si accorge di piste comuni nello sviluppo ma anche di inedite rielaborazioni in itinere (che poc'anzi, alla SSIS, ma grazie a Ferretti del DAMS su Giotto ad Assisi, ho credo voluto assumere queste valenze nella direzione della cartografia, e al primo anno di insegnamento, mi sono rivolta a questo soggetto da cui ho ri-trovato, allora, il mio stesso respiro: un paesaggio di segni, ma ingenuamente come da manuale del regolamente delle regioni - percettivamente per tratteggi essenziali e non ho faticato troppo a ritrasmetterlo, se non sempre con qualche bavaglio economico di troppo nel ricongiungermi ai fattori costitutivi che conosco, non senza concrezioni del gusto descrittivo e chiastico spesso nel montaggio temporale, come insegnerebbe un Barbieri, mentre Romano ne staglia giustamente anche i prodotti riflessivi più costrittivi come il campanile di Firenze - ortograficamente zonale - innesto plastico di valenze meno arbitrarie. Eccoci di nuovo alla storicizzazione necessaria, utile, anche auto-biograficamente se il termine biologico parlasse di ciò che siamo restituirebbe qualche tessitura fine di emancipazione pur negli ostacoli e nelle scelte ingrate.
   Una geografia storica, fatta di stilemi, di modi aspettuali e simbolici-semisimbolici, come risorsa di una selezione culturale svolta sull'ambiente (sistemicamente componibile talvolta per competenze di vario grado come dimostra l'associazione d semiotica visiva IASV) sempre grazie a valenze che si costituiscono a partire da un patrimonio probabilmente anche cognitivo che include le figure del pensiero (e già sarebbe interessante spiegare in che cosa consista, un piano cognitivo non meramente riflessivo, una parentesi necessaria sul dizionario o sul processo inferenziale, che occupa una parte considerevole nella costituzione dell'apprensione, della presa e il mantenimento dell'attenzione sulla configurazione semica dell'oggetto, sia pure discorso che altrove mi sembrava identificarsi con l'accesso teorico e poi sintomaticamente con uno deitanti possibili percorsi più o meno giusti, dell'interpretazione soggettiva, spesso, culturalmente o meno, casualmente o meno, alchemicamente intrisa, impregnata di idiosincrasie, che in genere grazie all'osservazione neutra, cadono come foglie, ammesse al riguardante come impressioni del tempo che fugge) e le figure del discorso le quali se attingono al categorie note, etichette, costruzioni nominalistiche a tutti favorevolemnte note dalla ricchezza potenziale del contenuto lessicale, non di meno, ci diceva Peirce sono soggette ad una valorizzazione anche in senso storico (e per questo vanno rilette), ad un raffinamento con l'esperienza.
In una scala inscindibile dall'apprendimento che è la pratica della conoscenza, ci si chiede se l'epistemologo francese, o Daniele Barbieri, che sembra essere sulla stessa pista, possano parlarci di connessione illuminante: cos'è che fa si che un testo illumini il nostro studio, il nostro percorso di valorizzazione della relazione tra soggetti ed oggetti, se possa dirci, insomma, visto che gli scienziati naturalisti non riescono, a quanto ne sappiamo, da soli a percorrere tutto l'ambito della semiosi, a dirci cosa ne resta dell'appreso, mentre in genere gli storici si, possono dirlo, anzi devono e speso lo fanno batesoniannamente, con grazia, restituendo nell'immediato il segno di un'intima coesione testuale, come fanno i maitre de conference, oppure con il cipiglio della motivazione, come allo scalo del diporto euristico: sei arrivato bene fin qui, ma potresti... Ame piacciono tanto tutte e due le modalità enunciazionali: scorporano partecipativamente, includono l'aula di studio in una risonanza costruttiva della costituzione del sapere, se non è troppo.
    Alcune risposte circa i meccanismi di recupero, di immagazinamento, li abbiamo già scanditi su un problema di modellizzazione che proposto come savoir faire di ambito di studi semiotico-comunicativi, all'IPRASE quest'anno dal Liceo Maffei, potrebbe integrare l'intensione e l'estensione, i gradi di difficoltà, gli inceppi apodittici, gli scarti e forse anche qualche analogia in chiave di modelli precedenti e successivi, etc... e resta per me l'esempio molto bello del test del I corso di Scienze della Comunicazione di Bologna, un must credo come tipologia, dove il frammento di Locke (amato al linguistico e poi rinverdito per chiavi sulla tolleranza all'ISA dove ho concluso le mie tensioni interne di ricerca e di arte estetica grafica) tradotto in molti modi di cui lo studente deve trovare quella buona. La modellizzazione è precipuamente attività dello schema (Levorato, Eco, Kant, Deleuze), e non c'è modo per appropriarsene con un'etichetta qualsiasi; attività simili le abbiamo da una serie piuttosto lunga di tradizioni di studio che attraversono la componente generativa del significato fino alle più recenti scienze cognitive di tradizione non solo aristotelica, ma scientifico plastico-medica, restituiscono il fine, la finalità (kantianamente forse): ovvero in sintesi, solo la corretta valorizzazione bio-storica, permette di non sbagliare la diagnosi, come insegna la vera medicina, e quindi si preoccupano della plasticità della conoscenza, dell'elasticità del linguaggio, grazie alla cultura dei dizionari e delle enciclopedie, delle forme di traduzione e di trasduzione dalla teoria alla pratica, non tanto a doppi legami come certa retorica di matrice psicologica di tempi "freddi" sfruttata a danno degli altri stile pugnalata a Cesare, flatus vocis per situazioni pregne di intrighi, quanto delle relazioni di causa ed effetto e risposta ad una situazione naturale o artificiale, come da tradizione logica, recuperando un nodo fondamentale del Giudizio estetico di Kant. Non so se si tratta anche nel caso del filosofo tedesco di un testo redatto a fini personali, orologio chiastico delle attribuzioni di senso sul testo, di restituzione di una elaborazione filosofica della pragmatica dell'educazione, ma certo lo iato tra teoria e pratica resta uno dei suoi oggetti più interessanti su cui è necessario porre più d'una attenzione e rispetto. A mio avviso, ma è un'opinione, Kant risolve in parte questo iato, sottolinenando come una buona teoria non possa che essere una pratica dignitosa.
    Tornando alle scienze umane, abbiamo componenti che riguardano sia una filosofia della conoscenza che dello spirito, dell'ingegno, della creatività e quindi dell'umanità in senso lato. Possiamo includere tra le voci di cui trattare non solo termini come intensione ed estensione, valide anche per la costruzione dei test di valutazione delle competenze/abilità/contenuti, che strutturate abbastanza finemente nella scuola media superiore e nell'università in pieno sviluppo, possono essere recuperate in modo costruttivo forse anche attraverso il cosiddetto ripasso sistematico di inizio anno o costituire l'exit, un modo per dare spazio al regresso da rivedere davanti a sé, nel montaggio possibile di un momento di rinforzo del giudizio. Recuperare, provavo a costituire il progetto in tal senso, usando un modello che sembrerà strano ma è quello della cupola di Brunelleschi di Santa Maria del Fiore, significa sia percorso attrezzato che faro verso le potenzialità: organizzazione metatestuale, e un po' non lasciar cadere lo spazio semantico che si è costituito davanti ai nostri occhi e valorizzarlo il più possibile. Brunelleschi fa un tamburo circolare ampio, con una molteplicità di finestre. Recuperare è un atto sia intensionale (che assomiglia più alla vela che al tamburo da gran cassa che apre innaugura direzioni pur sempre intensionalmente credo) che un atto estensionale (formalizzando così il raccoglitore si rende fruibile, accessibile di nuovo qualcosa che è già stato detto prima, implicando, quella che più sopra abbiamo rimesso in gioco: la storicizzazione), la scienza naturale, con i suoi orti, potrebbe dirci che al dissodamento di un terreno debba seguire un'attività nutritiva, ma che prima o poi, se l'uso è quello paesistico, il terreno si debba consolidare con radici tanto profonde quanto ancorate a degli scogli solidi ed efficaci.
    Italo Calvino, nato a Cuba, diceva che è così che si invita a rileggere le opere e anche se canonilmente, i classici andrebbero rinverditi specialmente con la ri-traduzione, poiché è la lingua che muta, così come certa storiografia non potrà mai darsi definitiva. La storia dell'arte, analogica e discreta, nella sua possibilità di modelizzarsi sull'opera, ha costituito un ambìto ruolo per secoli: non solo la possibilità della de-scrizione (ékphrasis - quasi un guardare attraverso, oltre la banale superficie delle cose) ma anche quella dell'innovazione terminologica (un po' più ipotipotica e per frasi costitutiva, nella moralità del bozzetto), dell'appropriatezza e adeguatezza del contenuto, la destinano a buona ragione, tra la filosofia della natura e della scienza. Certo se come "storia" si occupasse innanzi tutto del 'godimento di un bene', che non necessariamente è bello o simpatico, ma può avere un valore in senso umano, i più storcono il naso, credendo che fare estetica dell'arte sia "evasione" - che perfetta anlogia con il guardar fuori, aggettare, essere in grado di cogliere le salienze di un problema. Abbiamo appena sondato il problema: la storia dell'arte in quanto intersezione di conoscenze si naturalizza, ma le scienze naturali saprebbero dire altrettanto - ricordo solo un caso in cui uno scientziato anglosassone, scoperto il dna abbia detto che si trattava di una bella forma - Il concetto si compone sulla base di un diritto alla fruizione non solo di un bene, ma dell'informazione relativa ad esso: l'autencità storica tuttavia non si riduce affatto alla fonte, semmai essa sia recuperabile, ma al presente deduttivo e abduttivo deve la sua possibilità di cogliere al meglio quella incredibile sensazione di unicità, con la quale essa custodisce il proposito più elementare nella costituzione di un oggetto, è porsi in relazione con il suo soggetto e con l'ambiente. La storia dell'arte, e tutte le sue derivazioni visuali, forse può restituire la storia ai suoi soggetti (Fontanille): se le si concede la possibilità di ricomporre i piani delle figure del pensiero (piano cognitivo composito e profondo), del discorso (piano pragmatico della distribuzione dei campi semantici articolati), piano delle determinazioni o indici testuali più o meno preferenziali, che riconducono credo a semiotiche diverse come la semiotica semisimbolica (matrix di tutte le teorie delle ombre ad esempio) o simbolica (logico matematica, che tal volta si fonda su una pragmatica del giudizio utopico e quindi serviva a rendere gli universali) e una semiotica complessa, di indubbie articolazioni, dell'ambito del testuale - un po' ri-componendo in modo sempre più costitutivo l'ambito suo proprio. Resta, volevo provare a cogliere l'ultima, quarta, che secondo me non è una semiotica, ma potrei sbagliarmi, la questione esistenziale - è un presupposto. Ma perché l'oggetto, la cosa in sé non può fondare una semiotica e il osggetto invece si? Barbieri dice, in altri termini, ma è lo stesso, che non è senziente. Concordo vivamente che ci debba essere un soggetto per quanto naturale, così però resta l'impronta, un veicolo manierato della passione, un interfaccia del ricordo forse, una sua epidermide astrattiva in germoglio incoativo, a restituirci un allure cui non sappiamo dare spiegazioni. Un esempio: a volte nei nostri tragitti post-traumatici l'oggetto è una carica, meglio una molla che suscita curve sinusoidali, una pila induttiva-conduttiva: basta fermarsi, fare il vuoto e ascoltare e la fotografia emerge chiaramente. A volte nel rimosso ci sono infiltrazioni, ma prima o poi, la genuinità della relazione tra soggetto e oggetto, l'osservazione della proiezione annulla l'anello menzognero - è così che funziona il chiasmo aristotelico - la vince su tutte le questioni - è a questo che serve la psicologia.
    Alla fine di questo post vorrei tornare ad anticipare alcune curiosità - sto finendo un master in informatica della storia medievale, mi sento un po' smarrita per alcuni eventi, ma ci riproverò. accanto al segno ritrovato (plot machine) di Paolo Uccello, sto cercando di dare un'occhiata alla direzioni egizie del testo e della sua messa in prosettiva, duplice, vorrei lavorare sul problema della rigenerazione: quanto insomma faccia bene l'illustrazione e il paesaggio. Spero di cogliere che infine, quanto detto sopra, non è che un modo per parlare dei buffers e delle sistemiche che convergono nel loro buon stato di funzionamento. Un giorno la storia dell'arte sarà una biosemiotica tra le altre e lo studio del segno, la semiotica generale, un'archeologia, ma sin da ora credo che l'attenzione possa esser posta anche in chiave di consegne: una complessità ricevuta.

Con tanto affetto - agli amici.

Per me, credo come per alcune altre persone, la scrittura è l'aria, il disegno il corpo fluttuante di questa. Amo, corrispondentemente, chi ama, nella migliore delle ipotesi, mentre riemergo, è come risonanza.


LES RUINES DE SOU-TAI
des arbustes ont poussé dans les ruines du palais. A présent, la lune de Si-Kiang est la seule danseuse qui évolue dans les salles où glissaient tant e jolies femmes.

LES NUAGES
Le solei se couche. Autour de lui, en robes vertes, en robes violettes, toutes ces favorites, déjà mollement étendues!
dans LE FLUT DE JADE, a cura di Franz Toussaint